ARTE

VOCABOLARIO TRECCANI:

s. f. [lat. ars artis]. – 1. a. In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati: l’adel fabbrodel medicodel musicista, ecc. Secondo una distinzione antica: ameccaniche (o manuali), i mestieri, in quanto richiedono pratica manuale e tendono alla fabbricazione di oggetti utili; aliberali (o anche ingenuegentili, lat. artes liberales, in quanto si confanno alla dignità dell’uomo libero), quelle che si esplicano soprattutto con l’intelletto, suddivise nel medioevo (circa dal 9° sec.) in arti del trivio (grammatica, dialettica, retorica) e arti del quadrivio (aritmetica, geometria, astronomia, musica).

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2. a. Nell’ambito delle cosiddette teorie del bello o dell’estetica, si tende a dare al termine arte un sign. privilegiato, vario secondo le diverse epoche e i diversi orientamenti critici, per indicare un particolare prodotto culturale, comunem. classificato come pittura, scultura, architettura, musica, poesia, ecc. 

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UNO SGABELLO A TRE GAMBE

Dell’Arte: di tutte le Arti, di tutti gi Artisti, di tutti i Capolavori

                                          L’arte è uno sgabello a tre gambe.

Uno sgabello? Come uno sgabello? Direte voi.

Allora cominciamo a metterci d’accordo: qui io scrivo e voi leggete (… e riga!).

Se poi avete qualcosa da ridire mi scrivete e mi coprite di improperi, dicendomi che non capisco un accidente, perché non ho letto il tal critico, il tal filosofo della conoscenza, il tale psicanalista …

E basta!  Non ho letto niente, sono un ignorante e so di esserlo (questo vi dice qualcosa?) perciò, se volete, continuate a leggere finché resistete, sennò ciao e amici come prima.

Allora, come dicevo prima che qualche maleducato mi interrompesse in malo modo, come dicevo l’arte è uno sgabello a tre gambe.

Voi sapete bene che un tavolo a tre gambe è assolutamente stabile, perché per tre punti passa un piano ed uno solo (cultura, eh?). Assodato questo principio geometrico, perché uno sgabello e non un tavolo? Perché lo sgabello è scomodo, perché lo sgabello ha senso solo se ci state seduti sopra. Un tavolo è più grande, più vistoso, magari anche di valore se è antico o di design; poi su un tavolo potete mangiare, giocare a carte, fare dei conti o leggere il giornale, potete appoggiarci il vostro iMac, il vostro ipad, il vostro i-quel che vi pare e poi dimenticarvene.  Il tavolo starà lì buono e tranquillo a reggere i vostri aggeggi anche se voi ve ne andate a cena, alla partita o a far la corte ad una bella donna o a un bell’uomo: sono femminista e conciliante con tutte le preferenze sessuali  (però le mie me le tengo … e riga!)   

Lo sgabello, eh! lo sgabello è piccolo, scomodo e serve solo per starci seduti e mentre siete appollaiati lì sopra state male, perché i piedi non toccano per terra, perché non c’è dove appoggiare la schiena, non c’è dove tenere le mani e le ossa del sedere  vi dolgono sul legno del sedile.

Oh, mettiamo subito in chiaro una cosa: l’arte non è un pranzo di gala.

Chi lo diceva pure? La frase era un po’ diversa e per me il Mao non ci ha mai preso molto, anche se andava tanto di moda, però è un fatto: l’arte è spesso rivoluzione.  Lo è sempre se è vera e grande.

Urca, che svirgolo che ho preso!  Torniamo ben allo sgabello, che è meglio che voli basso: sgabello ho detto, mica trespolo.

Seduti sullo sgabello, vi trovate in una immensa sala circolare, coperta da una tersa cupola di cristallo, attraverso la quale potete vedere tutto il    
mondo attorno a voi. Tutto il cielo: lo spettacolo di morbide albe, di drammatici tramonti, del gelido buio della notte trafitto da migliaia di stelle, della luna nelle sue varie sembianze e colori e poi panorami meravigliosi, fiori affascinanti, animali stupefacenti e infine anche bambini, belle donne e begli uomini che passano all’esterno.

Tutte cose meravigliose, vi piacciono molto, sono affascinanti, bellissime, ma attenzione: non tutto ciò che è bello è arte. Non basta dire mi piace per dare un giudizio artistico.

Così vi ho tolto l’unico svago: guardare le belle cose di fuori; e voi restate seduti lì sullo sgabello, state scomodi e smaniate, non capite perché io vi abbia messo proprio lì a non far niente.

E allora? Vi guardate in giro e nella sala non c’è niente, niente di niente: ma che arte e arte! Questo è uno schiacciamento di pa… (mi scusino le femministe, ma non ho esperienza personale di cosa si schiaccino le signore in quelle condizioni).

Finalmente abbassate lo sguardo: Opperbacco!

C’è il pavimento.

Vedete che vi serve star qui a leggermi:

Quello non è il pavimento, avventati!

Quello è l’artista!

 

Ora qualcuno corra a proteggermi perché torme di artisti si affollano alla mia porta per sfondarla e trucidarmi. Intanto che mi barrico spostando un armadio davanti al portone, cerco di spiegarmi. 

Cos’è il pavimento, il suolo, se non la base di qualsiasi cosa? Anche l’aquila che vola più alta è uscita da un uovo appoggiato da qualche parte.

L’artista è la base dell’arte, non ci sarebbe arte se non ci fossero artisti. Son venuti prima gli artisti e poi l’arte, mica come l’uovo e la gallina!

 

Ops! Con questi paragoni gli artisti continuano a guardarmi storto, ma almeno hanno messo giù i bastoni.

Oh, state attenti con gli artisti, perché hanno certi caratterini, che te li raccomando …

Bene, sono andato a bermi un bicchier d’acqua per tranquillizzarmi e va meglio perché la massa tumultuante fuori della porta se ne è andata. Veramente c’è mia moglie seduta sul divano che mi squadra con un’aria!

Sapete, mia moglie è un’artista, una pittrice: una grande, innovatrice pittrice. Mi ama, ma prima di tutto è un’artista e quindi ha il suo caratterino. Poi dovete sapere che ha dovuto prendere il porto d’armi, perché quando si arrabbia sfodera uno sguardo che stende un toro a cento metri. Però mi vuol bene ed è curiosa di vedere dove vado a parare. Quindi riprendo, però sappiatelo, se lo scritto si interrompe di colpo, avete già capito il perché.

 

Allora, sotto c’è il pavimento: un parquet largo, duro, resistente, che regge tutti i vostri sgabelli. Le gambe degli sgabelli possono graffiare il lucido legno, possono scalfirlo, ma il pavimento è fatto per questo e (detto fra noi) più sgabelli ci sono, più il parquet ci gode.

Sugli sgabelli ci siete voi, che pian piano cominciate a capire. Siete seduti e i vostri piedi sfiorano appena il pavimento, ma non arrivano a toccarlo, fra voi e lui ci sono solo le tre gambe dello sgabello: le tre gambe dell’arte.

 

 La prima gamba è la più facile. È quella che avete davanti, attorno alla quale potete avvinghiare le gambe e i piedi. È quella che conoscono tutti, quella che ci fa sentire l’arte come una cosa nostra.

L’artista, che se siete stati attenti sapete che è il pavimento, quando produce un’opera ha una ispirazione e attraverso quella gamba la fa salire fino a voi e voi provate un’emozione.
Quelli colti dicono che questa è empatia e usano altre definizioni e raffinate disquisizioni.

Invece io sono ignorante e su questa gamba dello sgabello/arte la dovrei chiudere qui, tanto avete già capito e se voleste un trattato serio avreste già smesso di leggere da un pezzo.  

E invece no, perché sono pedante e quindi mi ripeto: quello che l’artista vi trasmette non deve essere necessariamente bello, può anche essere ostico, addirittura fastidioso, ma deve arrivare alla vostra sensibilità.

Per esempio, non mi direte che sono "belli"(come è bello un tramonto) l’Urlo di Edvard Munch, la gran parte delle opere di Francis Bacon o la Crocefissione di Matthias Grünewald a Colmar. 

Però vi entrano nelle ossa, vi fanno interrogare, vi fanno pensare e sentire qualcosa

 

 

 Ora ci sono le due gambe di dietro, quelle che per vederle bisogna girarsi sulla schiena, piegarsi e far fatica. Come vi ho pazientemente spiegato (come sono buono io!) sono due gambe fondamentali, perché senza quelle l’arte casca per terra con voi sopra e sbattete sul pavimento/artista e magari lo mandate al diavolo. 

Se invece volete apprezzare appieno l’artista e la sua opera non potete far meno del di dietro!

Per farla corta le due gambe restanti sono: la tecnica e la cultura.

Qui il discorso si fa complicato e comincio a sudare, mia moglie dal divano ha un’aria di commiserazione, ma con una sfumatura di condiscendenza. Non mi fulminerà con un’occhiata e prendo coraggio.

                                    

  La tecnica è un albero ramificato sia per gli artisti, sia per voi che siete i fruitori dell’opera d’arte.

Fruitori? Se scrivo un’altra volta questo sostantivo siete autorizzati a sputarmi addosso.

Come fate? Mi scrivete, prendiamo un appuntamento e poi dopo vi offro anche un caffè, se non avete esagerato. Chiusa parentesi.

 

Non disprezzate la tecnica.

Non fate gli umanisti con la puzza sotto il naso.

La tecnica è uno dei frutti dell’umanità.

Non vale meno dell’arte, della filosofia e della scienza, anzi è il fondamento di ogni attività umana, sia meccanica che umanistica.

 

Quaranta e più mila anni fa la tecnica permetteva di dipingere delle mani sulle pareti di roccia, appoggiando la mano e poi spruzzando il tutto di pigmenti rossi o neri. Chi era più vigoroso poteva graffiare la roccia con una selce , cioè una roccia più dura (e questa è già tecnologia, eh) e disegnare qualcosa: una bestia o un a donna  o altre cose da cacciare, poi forse ci fu un genio dell’arte che fuse le due tecniche e creò l’Art Nouveau del paleolitico.

Scherzo, ve’.  Ma non più di tanto, fare il critico d’arte è un’attività così connaturata allo spirito umano, che i paleontologi si son messi a dividere i nostri bis bis bis nonni in varie scuole artistiche: quella perigordiana (30.000-15.000 a.C.  e quella magdaleniana (15.000-8300 a.C.). 

Lasciam perdere, che sto annoiando.

Anche l’artista/pavimento/parquet è fatto del legno di quell’albero che è la tecnica.

Quella pianta dovete condividerla con l’artista, perché dovrete arrampicarvi per tutti i suoi rami.

 

Primo esempio basilare di tecnica che deve essere in comune: se vi recitano o se leggete una poesia giapponese che effetto vi fa? (chi sa il giapponese scelga un’altra lingua e non stia a rompere!).

E qui casca a fagiolo il grande Jerome K. Jerome e i suoi “Tre uomini in barca, per tacer del cane”.  Chi non l’avesse letto ha tre mesi di tempo per rimediare, dopodiché gli toglierò il saluto. (At capè?)

Chi l’ha letto ricorderà l’episodio del grande poeta tragico norvegese o polacco o non ricordo cosa, che viene ospitato in un palazzo inglese a recitare le sue tristissime opere. Un gruppo di burloni però in anticipo sparge la voce che il poeta sia un comico, che reciti testi buffissimi, ma la sua abilità consista nell’assumere gli atteggiamenti più drammatici e funerei. Immaginate (o ricordate) come va a finire: il poeta, dopo aver sopportato a lungo le risate del pubblico che non capisce le sue parole e interpreta a rovescio le sue espressioni, sbotta e se ne va sdegnato.

Val la pena di rileggerselo, devo andare a cercare il libro, da qualche parte sarà finito.   Sennò c’è sant’Amazon.it.   

    Il discorso della tecnica però è ancora più ampio e profondo, quest’albero frondoso ha radici che arrivano ben sotto il pavimento.

Essì, perché è vero che il pubblico deve saper valutare e comprendere la tecnica dell’artista, ma l’artista -per esser tale- deve possedere la tecnica, una grande tecnica. Dentro ogni opera d’arte, sotto il parquet (o nel cervello dell’artista, se siete meno prosaici di me) ci deve essere un’assoluta padronanza della tecnica.

 

Architettura.

Qui non ci piove, (ci è già piovuto abbastanza).

Siete mai stati a Beauvais, in Piccardia, nel Nord della Francia? Lì c’è la stupenda cattedrale gotica di Saint-Pierre. La più alta cattedrale gotica di Francia e forse del mondo. Sottili lesene di pietra e altissime multicolori vetrate. La inaugurarono nel 1272, non era nemmeno finita e 12 anni dopo crollò. Poi la ripristinarono e nel 1569 inaugurarono la torre campanaria, che manco a dirlo cadde quattro anni dopo.

La Cattedrale di Beauvais comunque, dopo tante traversie e ricostruzioni è oggi uno splendido monumento, reso più romantico dalla piccola antica chiesetta annessa: La Basse Œuvre.  

Però quando si vuole andare oltre i limiti della tecnica o non li si conosce non si fa un’opera d’arte, si fa un mucchio di macerie, e non solo in architettura.

Questo aspetto tecnico è banale per l’architettura, ma vale anche per la musica e per le arti figurative.

 

Prendete la musica. Molti ragazzi/e con una chitarra in mano possono mettere insieme un ritornello, un giro di do, che magari diventa una hit.

Ma Vivaldi o Mozart sono un’altra cosa, loro sono per sempre.

 

Sulla tecnica vi sfinisco, perché adesso vi voglio dare un esempio di tecnica letteraria o meglio poetica. Conoscete tutti Manzoni. O lo odiate (per colpa della scuola) o lo amate, oppure non ve ne frega niente. Però sapete almeno le prime quattro parole del “5 Maggio”. 

Già: “Ei fu, siccome immobile …” non si scappa. Ma molte strofe più avanti don Lisander descrive la disperazione e il rimpianto di Napoleone rinchiuso a Sant' Elena.   Sentite qui, vi ricordate? “Come sul capo al naufrago l’onda s’avvolve e pesa, l’onda su cui del misero, alta pur dianzi e tesa, correa la vista a scernere prode remore invan; tal su quell’alma il cumulo delle memorie scese.” Ci vuole una tecnica immensa per mettere in fila una dopo l’altra una così lunga serie di parole per illustrare un’immagine così drammatica e così evocativa. O no?

 

 Prendete ora la pittura.  Pablo Picasso, che era un tipo modesto, disse: “A dodici anni dipingevo come Raffaello, però ci ho messo tutta una vita per imparare a dipingere come un bambino” (questa l’ho presa da Wikipedia). Non crediate che sia arte far disegnini da bambini o macchie o sgorbi, se non siete Picasso o Raffaello.              

 Oooh! Sento di nuovo rumoreggiare la folla degli artisti fuori dalla porta.

Macché tecnica, noi siamo artisti, non meccanici!

Non vorrai confondere gli architetti che lavorano con le pietre con noi puri artisti che viviamo “d’arte e d’amore”?

 

Al tempo!

Restiamo nell’ambito della pittura.

Ci sono almeno due casi in cui la tecnica ha dato una svolta all’arte di stendere colori.

Dopo secoli e secoli di affresco e di tempera, quasi all’inizio del rinascimento si diffonde una nuova tecnica che arriva dal nord: l’olio.

Oh, non è che con la tempera si dipingesse male. Guarda cosa ci ha fatto il Botticelli:

o il Mantegna:

Ma l’olio pian piano conquista tutti gli artisti: si asciuga lentamente e lascia più tempo, permette di dipingere velature trasparenti e sfumature, consente di usare più pigmenti della tempera, ha un aspetto lucido, più luminoso, ottiene un nero profondo in cui può facilmente farsi strada la luce. Poi una volta asciugato si conserva più facilmente e più a lungo.

 

Più di quattro secoli dopo la pittura conosce un'altra rivoluzione: irrompe l’impressionismo, che all’inizio fu tanto disprezzato, quanto oggi è ammirato.

Forse lo sapete o forse no e allora ve lo racconto io.

L’impressionismo, ovvero l’art en plein air non sarebbe esistita senza due perfezionamenti tecnici.

Il colore in tubetti e il cavalletto leggero, detto appunto da campagna.

Fu questa innovazione tecnica che permise ai pittori di metà ottocento di uscire dai loro studi e con cavalletto, pennelli, tele e colori in tubetto  andare a dipingere all'aria aperta e lì  farsi rapire e ubriacare dalla luce, per immortalare un'impressione con pennellate veloci e colori netti e vivaci.

Così da rompere con la tradizione accademica dei David e degli Ingres, che lavoravano in studio.

Avete notato come son diventato serio?  

Spero di non avervi rotto troppo le scatole, ma questi concetti per me sono fondamentali per accostarsi all’arte, qualunque tipo di arte e perciò divento pedante, scusate!

Ora, se avete sopportato ‘sta sbrodolata fin qui, be’ tenetevi forte, perché c’è la terza gamba, l’ultima per vostra fortuna.

 

 

Qui ve la cavate con poco, perché -essendo un ignorante dichiarato- sulla cultura ho poco da dire, ma ci provo.

Bene, sotto la terza gamba c’è l’artista che deve avere cultura e la sua cultura -più o meno ampia, ma più è ampia più è facile che produca capolavori- è determinata dal mondo in cui vive e si riflette nella sua opera.

Questa cultura modella anche la sua sensibilità e le sue motivazioni, cioè la sua ispirazione.

 

Però anche chi si gode l’opera d’arte deve disporre di un minimo di conoscenza artistica e anche storica.

Per esempio c’è tanta gente che apprezza la pittura classica e gli impressionisti, ma da lì in poi si rifiuta di considerare arte quella successiva: “Ah, ma come si fa a chiamare arte quegli sgorbi?”  È evidentemente un problema di comprensione di linguaggi.

Infatti anche lo stile degli impressionisti non venne compresa subito e fecero fatica ad affermarsi: pensate al povero Vincent (anche se non è propriamente un impressionista).

 

  Ma è stato sempre così.

A Giotto fu rimproverato di aver abbandonato la “maniera Greca” (bizantina).

Masaccio era poco “elegante” e rozzo e Mantegna troppo freddo e scultoreo.

Non parliamo poi dei due Michelangelo!

Buonarroti con il Giudizio Universale fece scandalo: le sue figure ignude, un anno dopo la sua morte, furono rivestite dalle braghe di Daniele di Volterra.

Merisi da Caravaggio invece si vide rifiutato il primo incarico pubblico a Roma: “San Matteo e l’angelo”. Era troppo realistico. La tela fu distrutta durante la seconda guerra mondiale e ne resta solo una foto in bianco e nero.

 

Poi Merisi ne fece un’altra con l’angelo più distaccato e meno sconveniente

 Comunque il Caravaggio era sempre criticato: gli dicevano che non si poteva prender come modello della Vergine una prostituta annegata nel Tevere e poi i suoi pellegrini avevano sempre i piedi inzaccherati!

Un altro esempio classico, ma più recente di iniziale incomprensione sono i dipinti della serie “Cattedrale di Rouen” di Monet

Nel giro di due o tre anni Claude Monet dipinse la cattedrale di Rouen in una cinquantina di tele diverse: nelle diverse stagioni e alle diverse ore del giorno.

Oggi quella serie è considerata uno degli apici dell’impressionismo, ma per molto tempo i più non la compresero: spesso sulla tela non si vedeva quasi niente di definito e quando si vedeva qualcosa tra un’opera a e l’altra cambiavano solo i colori!

Poi questi quadri sono stati esposti, esposti ancora, pubblicati nei libri e mostrati al cinema, in Tv ed ora anche in Internet; il linguaggio di Monet e quello di tanti suoi coetanei è stato assorbito e metabolizzato nei cervelli e nella sensibilità della ggente.

Ora di Cattedrali di Rouen ce ne sono due tipi: quella di pietra e quelle di colore sulle tele.

 Val la pena di vederle tutte quante. 

Quindi ogni artista è da inquadrare nel momento storico e nella cultura in cui vive.

 Però vi ho detto che la vera, grande arte è sempre rivoluzione: così il grande artista è figlio del suo tempo, ma chiude un’epoca e ne apre un’altra, a volte con scandalo dei suoi contemporanei.

Vi ricordate dei due Michelangelo di cui vi ho detto prima? 

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Voi che state sullo sgabello, qualunque cultura abbiate, ampia oppure limitata come la mia, se volete apprezzare appieno l’opera d’arte dovete avere un’idea del mondo in cui l’artista è vissuto e della sua cultura, del suo modo di vivere.

Per questo sono così interessanti le trasmissioni e i libri di Philippe Daverio. 

Concludo (finalmente!) con quattro rapidi e facili esempi, nel mio piccolo piccolo.

Dante: è universale come ogni vero artista, ma potete pensarlo fuori dal mondo medievale?

Potete pensare a Shakespeare fuori dal mondo elisabettiano?

A Wagner fuori dal romanticismo tedesco? 

Infine a Botticelli fuori dal Neoplatonismo prima e fuori dalle prediche del Savonarola poi?

Potete pensare a me fuori dalle scatole?  Sicuramente!  Quindi vi ringrazio della pazienza e vi saluto.

Intanto mia moglie si è addormentata sul divano: per lei le tre gambe dell’arte sono vita quotidiana e le mie chiacchiere sono pena quotidiana! 


              I dati delle immagini più importanti qui riprodotte:

  Citazioni dalle opere del presidente Mao Tse-tung o Libretto Rosso, 1966

Edvard Munch: L’urlo, 1895.

Francis Bacon: Studio dal ritratto di Papa Innocenzo X di Velazquez, 1953 Art Center Des Moines, in Iowa.

Matias Grünewald; Crocifissione dell’Altare di Issenheim, 1512-16 Colmar

  Jerome K. Jerome: Three Men in a Boat (To Say Nothing of the Dog!), 1889

Impronte di mani, dalla Grotta delle Mani Dipinte, Argentina e  bisonti nella Cueva de la Covaciella, Asturie, Spagna.

  Cattedrale Beauvais: dal 1225 ai giorni nostri

Francesco Hayez: Ritratto di Alessandro Manzoni (1841), Pinacoteca di Brera     

Picasso disegna un gallo  dal film: Il mistero Picasso 1956

Pablo Picasso: Maternità (Periodo rosa), 1905

Sandro Botticelli: Nascita di Venere, 1485 Galleria degli Uffizi

Andrea Mantegna: Cristo morto 1475-80 Pinacoteca di Brera   

Leonardo da Vinci: Dama dell’ermellino 1488-90 Museo Czartoryski, Cracovia

Giotto di Bondone: Il sogno di Gioacchino  Capella degli Scrovegni. 1303-4  Capella degli Scrovegni

Giotto di Bondone: Incontro di Anna e Gioacchino alla Porta d'Oro. 1303-4  Capella degli Scrovegni

Caravaggio: Deposizione di Cristo 1602-04 Pinacoteca Vaticana

Claude Monet: Impression, soleil levant 1872 Musèe Marmottan

Pierre-Auguste Renoir: La Grenouillère 1869 Nationalmueum Stoccolma

Claude Monet: Laghetto di ninfee 1917-19 The Art Institute of Cicago

J.L.David: Napoleone valica le Alpi  1800-03 Museo del Belvedere Vienna

 JA. D. Ingres: La grande odalisca  1814 Musèe de Louvre

Caravaggio: San Matteo e l’angelo (foto b/n della prima versione perduta)

Caravaggio: San Matteo e l’angelo 1602 Cappella Contarelli, San Luigi dei Francesi, Roma

Caravaggio: Morte della Vergine 1604-06 Musée du Louvre

Caravaggio: Madonna dei pellegrini 1604-06 Cappella Cavalletti, S. Agostino, Roma

Claude Monet: Cattedrale di Rouen (collage di 8 dipinti), 1892-94 Musée d’Orsay e altri

Claude Monet: Cattedrale di Rouen  facciata e torre d'Alban (effetto mattina) 1894   MFA Boston 

  Cattedrale di Rouen

  Philippe Daverio: ‘IL SECOLO LUNGO DELLA MODERNITA’ 

  Rizzoli 2012       (in copertina: particolare di Gustave 

 Caillebotte: La Place de l'Europe, temps de pluie, 1877)

Sandro Botticelli: Venere e Marte, 1482-83 National Gallery Londra

Sandro Botticelli: Compianto sul Cristo morto, 1495 circa Museo Poldi Pezzoli Milano